Investire nelle economie emergenti fa bene!

Fonte: piacenzasera.it

L’indagine Atradius

Secondo un’indagine Atradius, azienda attiva nell’assicurazione dei crediti, le aziende italiane sono le più propense d’Europa a intrattenere rapporti commerciali con i mercati emergenti.

Il sondaggio svolto su dati del 2011 su oltre 1800 aziende in nove paesi europei, ha visto coinvolti oltre all’Italia, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Spagna e Svezia.
L’Italia, infatti deve gran parte del suo successo in ambito internazionale, soprattutto sui mercati a rapida crescita. L’indagine ne ha identificati diciannove: Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Russia, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Sud Africa, Brasile, Cile, Messico, Cina, India, Indonesia Malesia, Filippine, Corea del Sud, Tailandia, Vietnam e Taiwan.

La Cina rappresenta il mercato più importante (28%), seguita da tre Paesi dell’est Europa quali RussiaPolonia(entrambi al 23%) e Repubblica Ceca (16%). Seguono con percentuali comprese fra il 10% e il 15% il Brasile, l’India, gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia e l’Ungheria. In coda alla classifica, Filippine, Vietnam, Indonesia, Cile e Malesia.
L’indagine evidenzia la particolare disponibilità degli imprenditori italiani ad operare sui mercati emergenti, con un indice del 63%, contro una media europea pari al 42%. Al secondo posto la Gran Bretagna, con il 56%, seguita dalla Francia, in perfetta media europea. Seguono Germania (41%), Belgio (39%), Danimarca e Svezia, entrambe al 36%, Spagna (33%) e Olanda (25%).

Le esportazioni di beni e prodotti rappresenta la principale attività economica delle nostre imprese (56%), ma risultano interessanti anche operazioni di investimento all’estero per circa il 25% quali: importazioni, partnership locali, joint venture e aperture di filiali.


Il vantaggio competitivo

La propensione delle imprese europee ad operare con i mercati emergenti non è soltanto determinata da una questione di domanda ed offerta, ma anche da un minore rischio finanziario e dalla presenza di pochi orpelli burocratico/amministrativi che facilitano e velocizzano contrattazioni e procedure. Per molte nostre imprese che hanno delocalizzato all’estero, la burocrazia pesa molto meno che in Italia, con conseguenti vantaggi competitivi.
Investire in mercati emergenti non è comunque una passeggiata, come sembrerebbe risultare da quanto finora descritto, anzi. Per un’impresa europea, soprattutto se ci riferiamo a PMI, investire all’estero, in particolare in “nuovi” mercati, significa dover spesso attuare cambiamenti non solo attinenti i processi produttivi ma anche l’organizzazione e gli aspetti culturali, che determinano di conseguenza la possibilità di ottenere quelle “buone prassi”, e quindi quel vantaggio competitivo, che fa la differenza con gli altri competitori. Le aziende che operano nei mercati emergenti, infatti, si ritiene che abbiano:

  1. maggiore propensione al rischio;

2.    metodi di produzione più economici;

3.    modelli di gestione più snelli;

4.    maggiore flessibilità nei metodi di produzione;

5.    maggiore attitudine imprenditoriale.


Lavorare con i Paesi emergenti fa bene all’azienda
Un’indagine realizzata nel 2012 da CFO Research per conto di American Express, che ha visto interpellati circa 600 Senior Finance Executive di aziende multinazionali a livello globale, conferma la continua e significativa ripresa dei mercati extraeuropei, Paesi emergenti in primis.

Un ottimismo, confermato dai numeri, che fa bene all’azienda, o meglio al morale dei manager che le guidano, che, non solo non devono ridurre il personale e ristrutturare le aziende in “chiave riduttiva”, ma che si vedono nella situazione di dover assumere personale e predisporre piani di sviluppo.

Informazioni su max moniaci

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